Storia dell'arte

  • Materia: Storia dell'arte
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  • Data: 03/05/2016
  • Di: Angela Ardizzone

La pittura romanica

Caratteristiche ed esponenti principali della pittura romanica.

LA PITTURA ROMANICA. Complessa e importante era stata la tradizione pittorica nell’alto medieovo. Alla pittura, più che alla scultura, era stata infatti affidata la funzione di illustrare la storia sacra e le verità di fede a vantaggio degli illetterati. Pur inserendosi negli sviluppi dell’arte romanica, essa appare condizionata dall’eredità di una secolare elaborazione linguistica in cui confluiscono elementi bizantini e carolingi, ma anche popolari e provinciali, legati alle nascenti culture romanze.

DOVE SI SVILUPPA LA PITTURA ROMANICA. Le regioni che vedono svilupparsi una vera tradizione di pittura romanica sono la Francia e la Catalogna, la Lombardia e il Tirolo, largamente influenzate dalla precedente cultura ottoniana. La vasta influenza esercitata dai cicli murali lombardi e piemontesi del sec. XI, di cui si colgono echi precisi in Francia e Catalogna, testimonia degli scambi culturali sovraregionali che caratterizzano l’intero corso dell’arte romanica e che sono sicuramente favoriti dalla mobilità degli artisti, forse organizzati in squadre itineranti.
La pittura dei secoli XI e XII in valle padana sviluppa, senza novità sensibili, i caratteri degli affreschi di Galliano.
Nel Veneto, dove, come è logico, sono più forti che altrove i contatti con l’arte bizantina, si riprende l’antica tradizione del mosaico, soprattutto per i valori cromatici e luministici che offre e che gli permettono di integrarsi con l’ambiente lagunare.

PITTURA ROMANICA: CARATTERI PRINCIPALI. Nei mosaici che, in tempi successivi, hanno rivestito l’interno dell’intera Basilica di San Marco a Venezia, si sviluppa una complessa figurazione allegorica.
Se è vero che si riprendono motivi bizantini, sia quelli più antichi, sia quelli posteriori greci e macedoni, è anche vero che qui insiste, come in tutto il romanico, sulla linea, attribuendole non soltanto la funzione di confine del campo di colore, quanto piuttosto quella di muovere l’immagine, di esprimere la drammaticità.

  • Si veda, per esempio, nella scena con la Discesa di Cristo al Limbo (Venezia San Marco), con quale impeto il Redentore, tenendo alta nella sinistra la croce doppia, trascini via con la destra un giusto, schiacciando sotto i piedi un demonio, mentre a sinistra, preceduti dalla Vergine, altri giusti congiungono le mani, sollevandole in preghiera, quasi plaudendo fervorosamente. Si giunge a questo risultato proprio in virtù della linea che avvolge i corpi, indica i panneggi, deforma innaturalisticamente.

Questa deformazione non ha dunque, come nell’arte bizantina, lo scopo di superare la realtà per esprimere, attraverso il simbolo, l’idea astratta; al contrario, l’annullamento dell’oggettivismo razionale fa sì che l’evento straordinario che si sta compiendo colpisca lo spettatore emotivamente.
Altrove la visione è più pratica, come nella cupoletta dell’atrio con Storie della Genesi, dove le immagini, più larghe, più concrete, vivono in una natura fresca e verdeggiante.
Sia il movimento drammatico di alcune scene, sia la rappresentazione idilliaca di altre hanno fatto parlare di un “neoellenismo bizantino”, dal quale però non si vedono, se non sul piano esteriore, i contatti storici.

  • Elementi espressionistici sono visibili anche nell’affresco con la Deposizione del Duomo di Aquileia. Il corpo di Cristo, calato dalla croce, si curva con una grande linea, tesa dolorosamente, cadendo da un lato, a malapena sostenuto da Maria e da Giuseppe d’Arimatea, mentre Nicodemo, in basso, si accinge a togliere i chiodi dai piedi. Pure in questo affresco il superamento dell’oggettivismo realistico genera drammaticità: oltre all’arco del corpo di Gesù, entro il quale le anatomie sono rivelate con violenza in una contrazione spasmodica, a sinistra le donne si allungano inverosimilmente, strette fra loro, raccolte nella loro angoscia.