Temi Svolti per la Maturità

  • Materia: Temi Svolti per la Maturità
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  • Data: 04/12/2011

GABRIELE D’ANNUNZIO, LA SERA FIESOLANA

ANALISI DEL TESTO: D'Annunzio, La sera Fiesolana. Analizza la poesia, articolando l’elaborato secondo i seguenti punti: riassunto o parafrasi del testo, esaminare la struttura della poesia, soffermandosi su tecniche retoriche e sugli elementi mitici, religiosi e musicali, trovare gli elementi tipici della tradizione francescana, riportare i metri utilizzati.

Fresche le mie parole ne la sera
ti sien come il fruscìo che fan le foglie
del gelso ne la man di chi le coglie
silenzioso e ancor s'attarda a l'opra lenta
su l'alta scala che s'annera
contro il fusto che s'inargenta
con le sue rame spoglie
mentre la Luna è prossima a le soglie
cerule e par che innanzi a sè distenda un velo
ove il nostro sogno giace
e par che la campagna già si senta
da lei sommersa nel notturno gelo
e da lei beva la sperata pace
senza vederla.
Laudata sii pel tuo viso di perla,
o Sera, e pe'; tuoi grandi umidi occhi ove si tace
l'acqua del cielo!
Dolci le mie parole ne la sera
ti sien come la pioggia che bruiva
tepida e fuggitiva,
commiato lacrimoso de la primavera,
su i gelsi e su gli olmi e su le viti
e su i pini dai novelli rosei diti
che giocano con l'aura che si perde,
e su 'l grano che non è biondo ancora
e non è verde,
e su 'l fieno che già patì la falce
e trascolora,
e su gli olivi, su i fratelli olivi
che fan di santità pallidi i clivi
e sorridenti.
Laudata sii per le tue vesti aulenti,
o Sera, e pel cinto che ti cinge come il salce
il fien che odora
Io ti dirò verso quali reami
d'amor ci chiami il fiume, le cui fonti
eterne a l'ombra de gli antichi rami
parlano nel mistero sacro dei monti;
e ti dirò per qual segreto
le colline su i limpidi orizzonti
s'incurvino come labbra che un divieto
chiuda, e perché la volontà di dire
le faccia belle
oltre ogni uman desire
e nel silenzio lor sempre novelle
consolatrici, sì che pare
che ogni sera l'anima le possa amare
d'amor più forte.
Laudata sii per la tua pura morte,
o Sera, e per l'attesa che in te fa palpitare
le prime stelle!
Analizza la poesia, articolando l’elaborato secondo i seguenti punti:
- riassunto o parafrasi del testo
- esaminare la struttura della poesia, soffermandosi su tecniche retoriche
e sugli elementi mitici, religiosi e musicali.
- trovare gli elementi tipici della tradizione francescana
- riportare i metri utilizzati
La poesia fu scritta nel 1899 e raccolta nel terzo libro delle Laudi nel 1904. E’ un tipico esempio di poesia decadente, senza struttura logica e senza un fulcro narrativo, percorsa da notazioni sparse, unite dalla suggestione musicale delle parole.
Il poeta, parlando ad una figura femminile non identificata (alcuni pensano che sia la sera personificata), spera che nel celebrare questa sera, che ammira dal colle di Fiesole, le sue parole siano leggere come il fruscio delle foglie di gelso nelle mani di chi le coglie, nel momento in cui spunta la luna che distende davanti a sé un velo in cui il poeta si abbandona al sogno; la campagna è immersa nella frescura notturna e attende una sperata pace dalla luna, che le concederà il riposo desiderato. Le strofe sono inframmezzate da tre lodi della sera alla maniera francescana. Prima viene lodata la sera per la sua chiarezza e che splende sulle pozze d’acqua caduta dal cielo. D’Annunzio si augura che le sue parole siano dolci come la pioggia primaverile che crepitava sui gelsi, olmi, viti, pini, grano, sul fieno e sui colli. Poi vi è la lode della sera personificata, con i profumi provenienti dai campi simili a “vesto odorose” e l’orizzonte come una cintura che la avvolge. Rivolgendosi di nuovo alla donna misteriosa, le racconta quali felicità porterà il fiume Arno, le cui fonti conoscono il mistero dei monti eterni, e perché le colline somiglino a labbra chiuse come da un divieto e diano consolazione con la loro bellezza silenziosa. La poesia termina con un’ultima lode della sera che sta per cedere alla notte.
Le tre strofe sono autonome e potrebbero essere considerate tre liriche diverse.
Il tema centrale della prima strofa è il sorgere della luna. La parola con cui inizia il primo verso, “fresche”, dà il via alla melodia che percorrerà tutta la strofa. Il discorso procede su una sinestesia: il poeta si augura che le sue parole siano “fresche” come le foglie di gelso sulle mani di chi le raccoglie. Il senso dell’udito si fonde col tatto, e le parole hanno la freschezza della sera in cui vengono pronunciate. Poi le immagini procedono per analogia: il suono delle parole del poeta richiama il suono del fruscio delle foglie di gelso, dunque vi è l’associazione di due sensazioni foniche tramite la freschezza. Diventano freschi anche i rumori lievi che si percepiscono nel silenzio della sera. Riscontriamo una connessione tra poesia e realtà, una corrispondenza tra parola e natura, poiché D’Annunzio segue la poetica delle “corrispondenze” di Baudelaire. In questa atmosfera indistinta, le parole e il fruscio delle foglie sono dotate di una certa magia che rimanda a questa corrispondenza. Le allitterazioni utilizzate accentuano questa caratteristica di formula magica, per esempio nelle parole “fruscio”, “fan”, “foglie”, che richiamano a distanza la parola iniziale “fresche”.
I primi tre versi regalano incanti uditivi, i tre seguenti si concentrano su immagini visive, descrivendo contrasti tra luci e colori. Questo affresco è caratterizzato da linee stilizzate e tonalità di colore sobrie, come il nero della scala e l’argento del tronco, poiché in armonia con la freschezza iniziale. Prosegue dunque la sinestesia, che coinvolge insieme all’udito e al tatto anche la vista.
Inoltre, per quando riguarda il piano visivo, l’osservazione dello spazio si estende progressivamente, partendo dal particolare della mano che coglie le foglie, poi passa alla scala, al tronco e infine alla campagna.
Questo estendersi dello spazio visivo prepara la visione del sorgere della luna, il tema centrale della strofa; i versi iniziali sono solo una premessa alla situazione successiva, come una sorta di rituale che preannuncia il carattere mitico-religioso dello spuntare della luna, ritenuto un’apparizione divina. La luna è una divinità delle religioni primitive e antiche, e il poeta molto spesso la utilizza nelle sue opere per questa caratteristica mitica. Solo le parole del poeta possono invocare la luna, poiché hanno la stessa funzione delle formula magico-liturgica che precede la teofania. Nei versi non viene descritto il sorgere della luna, ma vi è un’evocazione con suggestioni sottilissime dell’attimo prima dello spuntare. E’ uno di quei momenti ambigui, indefiniti, cari al poeta. La luna comincia a stendere un velo luminoso davanti a sé, mentre la campagna inizia a percepire il gelo della notte. Anche qui si trovano delle connessioni analogiche sorrette dalla sinestesia: il velo argenteo della luna, una sensazione visiva, è associato al gelo della notte, sensazione tattile. Al gelo si aggiunge una caratteristica anomala, quella della liquidità, infatti la campagna “beve” la pace e la luce argentea è come liquido che rinfresca dopo l’afa del giorno. Ciò rimanda al gesto miracoloso della dea luna: la sua apparizione porta ristoro e allontana l’aridità. Riscontriamo allora un altro collegamento, quello tra il “gelo” promanato dalla luna e la freschezza delle parole di D’Annunzio, dunque tra l’apparizione divina e la parola poetica.
L’immagine dell’acqua la ritroviamo nella prima lode alla sera (“pe’ i tuoi grandi umidi occhi ove si tace / l’acqua del cielo”), personificata, come la luna, in una figura divina. Riscontriamo inoltre legami tematici con la prima strofa, per esempio il “viso di perla” della sera ricorda la luce lunare, e come la luna rinfresca con la sua luce, così la sera porta frescura dopo la pioggia. In questo caso la figura femminile rimanda alla religione francescana e non a quella primitiva della luna, infatti l’impostazione del verso ricorda il Cantico delle creature.
La seconda strofa ha una struttura abbastanza elaborata, poiché prevale la musicalità, il suono della parola, grazie a un gioco di accenti e rime e al timbro dei termini. I toni sono limpidi, e gli accenti cadono molto spesso sulla vocale i (“bruiva”, “diti”, “viti”). Ritorna la metafora dell’acqua, con la pioggia tiepida che saluta la primavera. Il poeta ripropone immagini ambigue, realtà colte in un attimo, di transizione lieve. La musicalità è prodotta da simmetrie ritmico-sintattiche e piccole variazioni. A concludere la strofa è un’immagine religiosa, francescana, quella degli olivi, chiamati “fratelli”, collegandosi dunque alla prima strofa e alla lode della “ripresa”. L’analogia viene utilizzata anche tra il verde argenteo delle foglie di olivo e il pallore dei clivi: gli olivi sono simbolo di santità, e il pallore metaforicamente si collega all’idea di santità, rimandando ad immagini di mortificazione mistica.
La seconda lode inserita nella seconda “ripresa” introduce un nuovo tema, quello del profumo della sera, argomento più sensuale e voluttuoso. Infatti la terza strofa riguarda il motivo amoroso. La poesia comincia con una sacralità arcaica, passa attraverso una melodia languida e misticheggiante e termina con una sensualità panica e naturalistica, con note mistico-religiose. Infatti le fonti “eterne” dei fiumi raccontano il “mistero sacro” dei monti, ombreggiati dagli “antichi rami”: è come se questi boschi fossero permeati di culti antichi e abitati da divinità. Ma il loro messaggio arcano è riferito a “reami d’amor”, quindi a una forza amorosa che sta nella natura e in cui l’essere umano si immedesima. Anche l’immagine delle colline che somigliano a labbra trasmette una grande sensualità, insieme ai loro segreti di esperienze amorose eccelse e bellezza indicibile e oltreumana.
La metrica è abbastanza complessa: la poesia è composta da tre lunghe strofe di quattordici versi (endecasillabi, novenari, settenari, quinari che non hanno uno schema fisso). Le strofe sono inframmezzate da “riprese” di tre versi, un endecasillabo, un ipermetro composto da un endecasillabo e un quinario o due settenari, un quinario.