Temi Svolti per la Maturità

  • Materia: Temi Svolti per la Maturità
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  • Data: 26/01/2012
  • Di: Redazione StudentVille.it

Tipologia C: il diritto universale al voto

Il Novecento non è solo un secolo di grandi e tragici eventi, ma anche della conquista di diritti fondamentali per la democrazia, primo fra tutti il diritto universale al voto. Ripercorri le tappe di questa conquista nel nostro paese.

Il tema storico, ovvero la tipologia C della prima prova maturità 2016 riguarda proprio il diritto universale al voto e il diritto al voto per le donne.  Ecco la traccia svolta:

Qui di seguito un esempio svolto sul diritto universale al voto.
Dalle idee riguardo la volontà collettiva e la rappresentanza politica di Rousseau possiamo individuare le origini del diritto di voto, anche se la sua conquista non fu proprio facile. Il diritto di voto universale è la possibilità per tutti i cittadini maggiorenni di partecipare alle elezioni politiche e amministrative e di poter esprimere un proprio parere su questioni riguardanti l’intera comunità, come i referendum. Nei moderni Stati democratici i cittadini sono parte attiva del sistema politico, e con il loro suffragio universale si elegge l’organo legislativo di una nazione.
Il principio del suffragio universale maschile fu introdotto negli USA nel 1776, quando essi ottennero l’indipendenza, ma aveva delle restrizioni in base all’istruzione e al censo.
La Nuova Zelanda è stato il primo Paese al mondo ad introdurre il suffragio universale, per uomini e donne, nel 1893.
In Europa il primo stato ad adottare il suffragio universale fu l’Inghilterra nel 1865. Qui John Stuart Mill propose di estendere il diritto di voto anche alle donne, in un programma presentato agli elettori della Gran Bretagna. In seguito fu appoggiato da uomini e donne, che lottarono per vincere questa causa, ma le donne dovettero ancora aspettare prima di ottenere il diritto di suffragio.
Durante la Rivoluzione Francese nel 1789 ci furono innumerevoli manifestazioni popolari e rivolte riguardo il diritto di votare, perché questo era uno dei principi della rivoluzione e la popolazione desiderava partecipare attivamente nelle questioni della patria, con un grande sentimento nazionalistico.
Per quanto riguarda l’Italia, il suffragio universale venne sancito dopo la Seconda Guerra Mondiale, nel 1946. Un diritto inalienabile per tutti gli esseri umani, che permise anche alle donne di eleggere ed essere elette. L’eccezionalità inoltre fu data anche dall’occasione, ovvero il Referendum del 2 giugno 1946, in cui tutta l’Italia fu interpellata a scegliere tra la Repubblica e la Monarchia. In realtà il diritto di voto fu esteso alle donne, solo per le amministrative, già dal 1924. Mussolini aveva ammesso sulla carta che le donne potevano votare, dimostrando di non temere il loro voto, ma di appoggiarlo pienamente. Ma questa azione fu solo pura demagogia, perché avendo instaurato la dittatura, l’elezione non avvenne in nessun comune o provincia, ma furono imposti governatori e potestà.
Il difficile viaggio che l’Italia intraprese per raggiungere l’universalità del voto cominciò nel 1866, da una legge per l’unità di legislazione della nuova Italia, che proibì il voto, allora solo amministrativo, che le donne toscane e lombardo-venete esercitavano.
Nel 1881 alcuni deputati discutevano in Parlamento una nuova legge elettorale, e chiesero ufficialmente il suffragio universale, con grande opposizione di Agostino De Pretis, il quale fece un discorso alla Camera: “non credo che questa proposta avrebbe il voto favorevole se la stessa più bella metà dell’umana famiglia fosse direttamente consultata. La donna ha altri mezzi d’influenza, di azione, assai più potenti del voto!”.
Questa posizione fermissima fu la stessa che nel 1912 mantenne Giolitti, il quale nel mezzo della discussione elettorale disse che concedere il voto alle donne sarebbe stato un salto nel buio, perché questo avvenimento avrebbe potuto trasformare la politica italiana completamente, e ciò non era ammissibile; questa riforma non doveva assolutamente avere luogo. Ma d’altro canto Giolitti approvò la legge n. 666 che concesse il diritto di voto a tutti i cittadini maschi che avevano un’età superiore a trent’anni, senza badare al censo e all’istruzione. Invece per quanto riguarda i maggiorenni al di sotto dei trent’anni, potevano votare coloro che avevano un certo livello d’istruzione e un determinato patrimonio.
Arrivando dunque al provvedimento fascista del 1924, assistiamo a un periodo in cui erano frequenti le lotte per i diritti delle donne, riguardo il voto e la giusta retribuzione nel lavoro,
l’istruzione obbligatoria, i diritti del campo della sanità, giustizia nel lavoro femminile e minorile. Le battaglie avevano a capo una donna di origine russa, Anna Kuliscioff, la quale era emigrata in Italia perché innamorata di Andrea Costa, il primo parlamentare socialista italiano. In seguito ebbe una storia con Filippo Turati, che era tra i fondatori del Partito dei Lavoratori Italiani. Anna fu tenace nel combattere e spesso portava avanti le sue idee da sola, nonostante si trovasse di fronte a tanti ostacoli. Molti uomini negavano l’estensione del voto alle donne a causa della loro ignoranza popolare, del loro analfabetismo, e dell’influenza che su di loro esercitava la Chiesa. Ma Anna controbatteva che se la donna avesse ottenuto l’indipendenza economica con un salario adeguato, avrebbe raggiunto una dignità uguale all’uomo e dunque poteva avere spazio nella vita sociale e soprattutto politica. Fu arrestata nel 1898 per reato di opinione e quando uscì fu abbandonata anche dal suo Partito. Anna fu un personaggio fondamentale, e grazie alle sue battaglie nel 1946 parteciparono alla vita politica della Repubblica quattro donne, Maria Federici, Lina Merlin, Teresa Noce e Nilde Jotti, che facevano parte dell’Assemblea costituente e avevano il compito di redigere la Costituzione.
Il decreto che estendeva il voto anche alle donne fu emanato il 1 febbraio 1945, su proposta di De Gasperi e Togliatti.