Umanesimo

  • Materia: Umanesimo
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  • Data: 12/07/2011
  • Di: Redazione StudentVille.it

Vita e filosofia di Pico della Mirandola

Vita e pensiero del filosofo Pico della Mirandola.

La vita Giovanni Pico della Mirandola nacque da famiglia principesca nel castello dei signori di Mirandola e Concordia il 24 febbraio 1463. Rivelò precocemente una straordinaria capacità  di apprendere, che gli diede come un' ansia tumultuosa di abbracciare tutto il conoscibile per conquistare la verità . Studiò diritto canonico a Bologna nel 1477-78, si recò a Ferrara nel '79, poi a Padova dove frequentò quello Studio nel 1480-82, e l' anno seguente a Pavia. Nel 1484 ò a Firenze, dove stringe rapporti di amicizia con Lorenzo de Medici, col Poliziano e con Marsilio Ficino. Passando dal clima della filosofia scolastica, aristotelica e avverroistica di Padova, a quello della filosofia platonica instaurato dal Ficino a Firenze e di qui radiantesi per l' Italia e per l' Europa, Pico non si pone il problema della scelta tra le due filosofie, ma piuttosto quello di una loro possibile conciliazione. Insofferente delle eleganze stilistiche del latino nell' uso degli umanisti italiani, nell' 85 lascia Firenze per andare a familiarizzarsi a Parigi con lo stile aspro dei filosofi e teologi della Sorbona, ma l' anno appresso ò di nuovo a Firenzecon un immenso, anche se ancora incomposto, correedo di cognizioni sul pensiero filosofico e teologico non solo della tradizione cristiana, ma dei Greci, Latini, Ebrei- dei quali in particolar modo gli apparvero rivelatori i libri cabalistici -, Caldei, Egizi. Pico ha la convinzione di scoprire che, sotto un' apparente diversità  di manifestazioni di pensiero di popoli diversi e lontani fra loro, si cela un senso unico che attesta la dignità  dell' uomo e il suo valore predominante nell' universo, l' amore universale che lega le creature fra di loro e le creature a Dio, l' immensa varietà  delle cose in tutto il creato come segni della parola di Dio. A 23 anni gli pare di poter trarre il frutto delle sue meditazioni nella proposta di novecento tesi da discutere in un convegno di dotti da radunare a sue spese a Roma il 7 gennaio 1487. Ma il convegno non potrà  aver luogo perchò la pubblicaziopne della sua tesi provoca la condanna da parte di una commissione di teologi e di giuristi, che le giudica eretiche, e l' apertura di un processo a carico di Pico. L'atto di sottomissione che fece il 31 luglio dell' 87 non gli lasciò tranquilla la coscienza, si ribellò apertamente e, per sfuggire alla cattura, lasciò Roma, mettendosi in viaggio per la Francia. Il suo arresto quando era già  in territorio francese, vicino a Lione, suscitò clamorose proteste a Parigi, anche alla Sorbona, e Pico fu liberato con l' obbligo di lasciare il suolo francese nell' estate del 1488. Se ne tornò a Firenze, accettando l' invito di Lorenzo, che si adoperò inutilmente fino agli ultimi giorni della sua vita a fargli ottenere il perdono da Innocenzo VIII. L' assoluzione dall' eresia gli verra da Alessandro VI il 18 giugno 1493. Vivrà  ancora poco più di un anno (morì il 17 novembre 1494), dedito agli studi e a pratiche religiose col conforto e l' amicizia del Savonarola. Di non grande rilievo quel poco che Pico scrisse in volgare: dei sonetti e un commento in prosa a una canzone dottrinale di Girolamo Benivieni sull' amore divino, ispirata alle teorie di Marsilio Ficino. Il momento più fervido delle sue meditazioni filosofiche e teologiche ò consacrato nell' orazione De hominis dignitate che Pico avrebbe dovuto pronunziare al convegno dei dotti del 7 gennaio 1487, e che fu stampata solo dopo la sua morte. La dignità  dell' uomo, dominatore della natura e responsabile del suo destino, vi ò affermata con trasporto lirico sorretto dalla profonda e meditata convinzione che nella storia umana di titti i popoli si attua un cincorde sforzo d' amore che conduce verso la luce divina. Una risposta fortemente polemica all' accusa di ersia ò l' Apologia, composta e divulgata prima della fuga verso la Francia. Del 1489 ò l' Heptaplus, dedicato a Lorenzo, nel quale interpreta il Genesi col metodo cabalistico, che rivelerebbe l' esistenza dell' universo di quattro mondi: il mondo intellettuale che ò di Dio e degli angeli, il mondo celeste che ò quello delle sfere, il mondo sublunare che ò degli elementi, e finalmente il mondo dell' uomo che partecipa di tutti e tre i mondi precedenti e che ò simile a Dio perchò anche l' uomo ha facoltà  creatrici. Di un' opera di grande impegno che doveva dimostrare la concordia sostanziale dei sistemi filosofici diversi, pubblicò soltanto il libro De ente et uno dedicato al Poliziano (1491). Fra le opere a cui attendeva, e che la morte gli impedì di condurre a termine, fu ritrovata fra le sue carte un' ampia trattazione in dodici libri, De astrologia, in cui si dimostra l' inconsistenza scientifica delle divinazioni del futuro fondate sul corso degli astri. Il pensiero Giovanni Pico della Mirandola inizia propriamente i suoi studi filosofici nelle università  di Bologna, Ferrara e Padova. Qui egli si convince della validità  della tradizione scolastica e della sua conciliabilità  con gli orientamenti filosofici successivi. Ciò lo conduce al dissenso nei confronti di alcune tendenze artificiosamente esasperate della filologia umanistica. E' il caso della polemica con Ermolao Barbaro ( 1453-1493 ), duramente critico verso i filosofi della tarda Scolastica a causa del loro linguaggio astrusamente tecnico, che rappresenta una degenerazione del latino classico. All' umanista veneto Pico ribatte che al di là  della forma, la quale sola pare interessare ad Ermolao, occorre guardare ai contenuti del discorso filosofico, che valgono indipendentemente dall' espressione letteraria e non sono attaccabili dalla critica filologica: Pico scrive un' epistola all' amico-avversario Ermolao per rivendicare la nobiltà  della ricerca filosofica: la contrapposizione tra retorica e filosofia è contrapposizione tra " lingua " e " cuore "; Pico immagina che siano quegli stessi filosofi ritenuti barbari da molti umanisti a parlare in propria difesa. L' idea della conciliabilità  e della continuità  tra i diversi orientamenti di pensiero matura ulteriormente in Pico dopo il periodo di studi a Parigi. Nasce così l' intento di realizzare una concordia filosofica, all' interno della quale ciascuna tradizione speculativa può essere considerata come depositaria di una parte di verità . Il grande progetto culturale di Pico avrebbe dovuto concretizzarsi in una sorta di " congresso " nel quale intellettuali di ogni formazione e provenienza si sarebbero confrontati in un dibattito su 900 tesi ( cioò brevi proposizioni riassuntive ) che egli stesso aveva catalogato desumendole dalle filosofie di cui era a conoscenza. Il progetto non ebbe realizzazione pratica, poichò alcune proposizioni, sulle quali gravavano forti sospetti di eresia, imponevano maggiori cautele. Pico comunque sviluppò autonomamente gli argomenti proposti nelle 900 tesi, ma i risultati di questo lavoro videro la luce soltanto nelle " Conclusiones " apparse dopo la morte del loro autore. Durante la vita di Pico, il quale finì poi per stabilirsi definitivamente a Firenze dove si mantenne in stretto contatto con l' ambiente ficiniano dell' Accademia platonica, fu invece pubblicata l' Orazione sulla dignità  dell' uomo, che avrebbe dovuto fungere da introduzione al dibattito progettato. Qui vengono celebrate le capacità  di autodeterminazione dell' uomo, cioò quelle facoltà  intellettuali che lo conducono a scegliere liberamente tra più o meno nobili generi di vita; ma dell' Orazione parleremo in seguito. Del resto, il progetto di sintesi filosofica di Pico della Mirandola vuol essere un' esaltazione della potenza intellettuale umana, considerata nel dispiegarsi delle sue manifestazioni storiche. Mentre Ficino aveva tracciato le linee di una storia del progresso intellettuale garantita dal concorso, con pari dignità , di rivelazione e filosofia, Pico intende porre in rilievo come l' avanzamento culturale dell' umanità  sia reso possibile dal continuo succedersi di scuole di pensiero che, nelle loro differenze, non si contraddicono, ma si integrano l' una con l' altra. Su questo fondamento, che nulla toglie al valore della rivelazione, si realizza la pace filosofica alla quale l' umanità  deve aspirare. Sempre nella prospettiva della capacità  dell' uomo di autodeterminarsi, Pico opera una netta distinzione tra magia e astrologia, che la cultura del tempo tendeva ad accomunare in unico giudizio positivo. Nel pensiero rinascimentale, come ad esempio in Ficino, le due pratiche sono considerate non già  manifestazioni di superstizione, ma tecniche pienamente legittime, rivolte o allo studio dell' ordine naturale ( nel caso dell' astrologia ) o alla realizzazione del dominio dell' uomo sulla natura ( nel caso della magia ). Pico, invece, reputa l' astrologia una dottrina che limita pericolosamente la libertà  dell' uomo, ricercando le cause del suo agire in fattori indipendenti dalla volontà  umana: se gli astri determinano l' uomo, ossia se esercitano su di lui una grande influenza, l' uomo perde così la possibilità  di autodeterminarsi, in altri termini perde il libero arbitrio. Al contrario, la magia intesa tradizionalmente come capacità  di controllo della natura da parte dell' uomo, non inficia minimamente le capacità  di autodeterminazione dell' essere umano e può quindi essere pienamente giustificata. Allo stesso modo, come tecnica per indagare il significato recondito della Sacra Scrittura, è legittima la cabala, cioò l' antica dottrina esoterica ebraica che, stabilendo una corrispondenza tra lettere e numeri, consentirebbe di passare da una composizione in lettere di un testo scritturale a una composizione numerica, e poi da questa a una nuova composizione in lettere nella quale risiederebbe il significato occulto. Oltre che per la diversa valutazione di astrologia e magia, Pico della Mirandola si differenzia da Ficino anche perchò rivela una grande attenzione all' oggettività  della ricostruzione storico-filosofica. L' acribia era infatti del tutto assente nella tradizione ficiniana della perenne catena di rivelazione e filosofia, la quale più che a restituire la verità  ai fatti badava a dimostrare la tesi della conciliabilità  tra platonismo e filosofia. Viceversa, una più precisa consapevolezza storica e una più fedele analisi della dottrina platonica rivelano a Pico l' impossibilità  di essere un vero platonico rimanendo nel contempo un buon cristiano. Questo atteggiamento di Pico si manifesta chiaramente nel diverso modo in cui egli concepisce la dottrina platonica dell' amore. Nel " Commento alla Canzone d' amore di Girolamo Benivieni ", prima alludendo genericamente ad " alcuni platonici del suo tempo, poi riferendosi esplicitamente a Ficino, Pico contesta la pretesa di parlare " platonicamente " del Dio cristiano. Se si vuole essere fedeli a Platone occorre concepire l' amore come desiderio di bellezza, come desiderio di ciò di cui si manca. Ma la divinità , se può essere oggetto d' amore, non può esserne soggetto, poichò essa non è manchevole di nulla: viene così a cadere la reciprocità  amorosa tra Creatore e creatura ammessa da Ficino. Per di più non è neppure possibile riferire alla divinità  l' attributo della bellezza; infatti, la bellezza non è che armonia, la quale a sua volta risulta dalla consonanza di più parti differenti. Un cristiano non può nò riconoscere una manchevolezza nel suo Dio, nò attribuirgli una natura composta di parti, anzichò assolutamente semplice e unitaria: non è dunque possibile essere insieme cristiani e platonici. Se la conciliazione e l' integrazione tra filosofia ( platonica ) e religione costituivano uno dei nuclei fondamentali del pensiero di Ficino, per Pico della Mirandola viceversa un Platone cristianizzato è un Platone travisato e un cristianesimo platonizzante è un cristianesimo contradditorio: mentre è possibile realizzare la concordia tra le diverse filosofie, si rivela insuperabile il divario tra filosofia e religione. Oratio de hominis dignitate Pico della Mirandola, indubbiamente uno degli ingegni più vivaci dell' Accademia platonica, dotato di una cultura immensa e disordinata e di una memoria divenuta proverbiale, riecheggia nell' orazione " de hominis dignitate " gli argomenti già  in parte trattati dall' umanista Giannozzo Manetti, tuttavia con quella consapevolezza di natura teoretica che difettava nello scrittore precedente. Pico esalta l' uomo per una delle sue caratteristiche specifiche, il libero arbitrio, la libertà  di innalzarsi sino a Dio oppure discendere sino ai bruti. Tale libertà  gli è assicurata dal fatto che il Creatore provvide all' uomo sul finire dell' opera creativa, e lo pose perciò nel " centro indistinto " dell' universo, unico essere a cui fosse concesse di determinare da se stesso il proprio destino. Pare opportuno osservare che osservazioni come quelle dell' Oratio de hominis dignitate, sebbene ispirate ad una religiosità  piuttosto astratta e generica, tale che permette la citazione così della Bibbia, come del Timeo e del Corano, non potevano neppure immaginarsi senza l' esperienza cristiana. Certe concise e solenni affermazioni degli umanisti sono incomprensibili senza la parola nuova del Vangelo: l' esaltazione dell' uomo è troppo più alta di quello che fosse possibile ai pagani. Interessante è l' epiteto che Pico attribuisce a Dio, chiamandolo " architectus ", che risulta molto simile a quello usato da Platone a riguardo dal Demiurgo, " che sempre geometrizza ". L' uomo non è stato fatto nò mortale nò immortale, nò celeste nò terreno perchò lui stesso possa scegliere la forma che gli è più cara, quasi come se " libero e sovrano artefice " del suo destino. Non sarebbe stato degno di Dio all' ultimo del generare, quasi per esaurimento venir meno: e così egli diede il meglio di sò creando l' uomo, decidendo che a lui non poteva essere dato nulla di proprio e che quindi gli fosse comune tutto ciò che alle singole creature era stato dato di particolare. Ecco qui il testo dell' orazione: Già  il sommo Padre, già  l'architetto divino aveva costruito, con le leggi della sua arcana sapienza, questa dimora terrena, questo tempio augustissimo della divinità , che ò il nostro mondo. Già  aveva posto gli spiriti ad ornamento della regione superna; già  aveva seminato di anime immortali i globi eterei e riempito di ogni genere di animali le impure e lercie parti del mondo inferiore. Ma compiuta la sua opera, l'artefice divino vide che mancava qualcuno che considerasse il significato di così tanto lavoro, ne amasse la bellezza, ne ammirasse la grandezza. Avendo, quindi, terminata la sua opera, pensò da ultimo - come attestano Mosò e Timeo- di produrre l'uomo. [... ] Ormai tutto era pieno, tutto era stato occupato negli ordini più alti, nei medii e negl'infimi. [... ] Stabilì, dunque, il sommo Artefice, dato che non poteva dargli nulla in proprio, che avesse in comune ciò che era stato dato in particolare ai singoli. Prese pertanto l'uomo, fattura priva di un'immagine precisa e, postolo in mezzo al mondo, così parlò: «Adamo, non ti diedi una stabile dimora, nè un'immagine propria, nè alcuna peculiare prerogativa, perchè tu devi avere e possedere secondo il tuo voto e la tua volontà  quella dimora, quell'immagine, quella prerogativa che avrai scelto da te stesso. Una volta definita la natura alle restanti cose, sarà  pure contenuta entro prescritte leggi. Ma tu senz'essere costretto da nessuna limitazione, potrai determinarla da te medesimo, secondo quell'arbitrio che ho posto nelle tue mani. Ti ho collocato al centro del mondo perchè potessi così contemplare più comodamente tutto quanto ò nel mondo. Non ti ho fatto del tutto nè celeste nè terreno, nè mortale, nè immortale perchè tu possa plasmarti, libero artefice di te stesso, conforme a quel modello che ti sembrerà  migliore. Potrai degenerare sino alle cose inferiori, i bruti, e potrai rigenerarti, se vuoi, sino alle creature superne, alle divine. » O somma liberalità  di Dio Padre, somma e ammirabile felicità  dell'uomo! Al quale ò dato di poter avere ciò che desidera, ed essere ciò che vuole. I bruti nascendo, assorbono dal seno materno ciò che possederanno. Gli spiriti superiori furono invece, sin dall'origine, o poco di poi, ciò che saranno eternamente. Il Padre infuse all'uomo, sin dalla nascita, ogni specie di semi e ogni germe di vita. Quali di questi saranno da lui coltivati cresceranno e daranno i loro frutti: se i vegetali, sarà  come pianta, se i sensuali, diventerà  simile a un bruto, se i razionali, da animale si trasformerà  in celeste; se gl'intellettuali, diverrà  angelo e figlio di Dio. E se di nessuna creatura rimarrà  pago, rientrerà  nel centro della sua unità , e lo spirito, fatto uno con Dio, verrà  assunto nell'umbratile solitudine del Padre che s'aderge sempre al di sopra di ogni cosa. Chi ammira questo nostro camaleonte, o, anzi chi altri può ammirare di più?